Il Parroco dice...

Sfidati dalla morte ma non vinti.

Oggi l’ennesimo funerale, la chiesa di S. Pietro Chanel piena come nelle grandi occasioni, quasi da prima comunione. Dopo Beppe, Enzo anche Luigi si è avviato verso l’eternità. Il nostro cammino di quaresima iniziato il mercoledì delle ceneri ha avuto le sue sfide e le sue prove. La morte prematura di persone care ed eccezionali. Accomunati dalla malattia che li ha consumati in breve tempo. Nel caso di Enzo nemmeno un mese e mezzo. Nemmeno il tempo di fare i conti, di abituarsi, di reagire, di farsene una ragione. Morti che a pelle ci appaiono ingiuste e che sfidano il nostro senso di fede. Morti che lasciano un vuoto incolmabile. Morti che In questo tempo di quaresima sono diventate necessariamente incroci sul nostro cammino o strettoie verso la Pasqua.

LII2 6Anche noi improvvisamente portati sotto la croce con coloro che hanno visto la morte di Gesù: l’apostolo Giovanni, Maria la madre di Gesù, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Quanta affinità tra questi ultimi e noi. Sulle nostre labbra saranno affiorate le parole di Marta e Maria che sentiremo nel vangelo della V domenica di quaresima: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (Gv. 11.12). Parole che stanno tra la fede in Gesù e il misterioso senso degli eventi.

La celebrazione dei funerali che in queste due settimane si sono succedute con una certa frequenza e soprattutto quelli dei giovani amici hanno rappresentato per me e credo per molti di voi una sfida nel cammino verso la passione, morte e resurrezione di Gesù.

Questa sfida anch’io ho dovuto affrontare e mi sono accorto che ho avuto con me, in questo tempo, benedicendo le vostre famiglie e le vostre case, un qualcosa che mi ricordava che quella sfida è superata. Sto parlando dell’immagine del Crocifisso che abbiamo lasciato nelle famiglie. Anch’io, come voi non mi ero accorto della particolarità di quel crocifisso. A molti di voi ho chiesto cosa ci vedi di particolare in questa immagine? Noti niente di strano? Non manca nulla?

Tutti con la medesima attenzione di chi cerca “il particolare mancante” in un gioco di enigmistica e dopo un prolungato e infruttuoso silenzio concludevate con dispiacere con un “no”, “niente”.

E ciò che era più ovvio è diventato difficile da trovare! E poi l’ovvio impediva di esaltare l’eccezionale e il meraviglioso.

Io come voi davo per scontato che in un crocifisso ci avremmo trovato la sofferenza, le piaghe sanguinanti, i segni di una dolorosa passione. Tanto scontato che i nostri occhi non sono riusciti a notarne l’assenza. Infatti in quell’immagine il corpo di Gesù e privo di piaghe, dipinto in modo perfetto, addirittura, come se fosse luminoso e splendente.

Ma non è tutto! Non ci siamo accorti del capo reclinato che fissa teneramente l’osservatore, del volto sereno e quasi sorridente, dei piedi inchiodati separatamente quasi ad accennare un passo di danza. Le gemme preziose intorno all’aureola e presenti in varie parti. Particolari questi che si imparano da qualcuno che li ha già scoperti. Nella maggior parte dei casi alla scoperta di questi particolari sul volto di chi avevo davanti ho visto affiorare la sorpresa e ho sentito bisbigliare con meraviglia “è vero! Non l’avevo notato”.

Se l’autore, che rimane ignoto, ma ben identificata è l’epoca della composizione (XII e XII secolo) sapesse che abbiamo scoperto tali particolari probabilmente si rallegrerebbe in quanto ha raggiunto il suo scopo: farci intravvedere anche nel Cristo crocifisso la gloria di Dio. La luce della resurrezione che si intravvede già nella croce. Ritengo che essermi intrattenuto con molti di voi su ciò, sia stato uno scambiarsi già un annuncio e un augurio semplice e discreto della Pasqua di Gesù.

LII2 7Ecco allora a riempire i nostri occhi non sono solo più le lacrime e la mestizia che la morte degli amici ha lasciato, i nostri occhi si sono riempiti della gloria di Dio. Quella gloria che Gesù ha cercato di far intravvedere ai discepoli nel cieco nato: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv. 9.4). A proposito di Lazzaro, poi Gesù ai discepoli dice ancora: "questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato" (Gv. 11.4).

Se non siamo subito stati in grado di intravvedere la Gloria di Dio in un’immagine ricca di segni e particolari immagino quanto sia difficile intravvedere negli eventi, dove la morte sembra regnare, la Gloria di Dio. Nella notte di Pasqua dopo la fine della veglia al Rivaio, faremo in modo che molti di voi possano correre in Collegiata per assistere alla famosa volata. Questa sarà bella, ma rischia di essere uno spettacolo anche se inserita, ma non prevista, nella liturgia attuale. Credo che da tutti i punti di vista, artistico, teologico, liturgico e … quel crocifisso sia ben più della volata. Alzate il capo e guardate in alto sospeso sopra l’altare quel magnifico e meraviglioso Cristo trionfante in Croce. Incrociate quello sguardo radioso e salvifico. Che il Signore possa in questa Pasqua di passione, morte e resurrezione farci intravvedere la nostra resurrezione e la gloria di Dio nella propria vita e nella vita di coloro che ci vivono accanto.

Buona e Santa Pasqua a tutti
anche a nome dei confratelli sacerdoti
della Comunità Marista del Rivaio
padre Emanuele

Un viaggio di quaranta giorni

Cari amici sono alla vigilia di una partenza. Domani sarò a Bologna per qualche giorno, per partecipare al convegno nazionale di pastorale giovanile che porta il titolo di “la cura e l’attesa”. Mi aspetto di capire e condividere ciò che il convegno si ripropone: costruire il profilo e le competenze dei buoni educatori; come deve essere un ‘buon’ educatore? Un adulto in grado di stare accanto ai ragazzi con la consapevolezza e la preparazione del caso, perché è attorno alla sua preparazione che si gioca l’emergenza educativa”. Spero di tornare arricchito e di arricchire a mia volta coloro che hanno cura dei nostri giovani.

unviaggiodiquarantagiorniMa non è questa la partenza di quel viaggio di cui alludevo nel titolo. Il viaggio che già dal V secolo i cristiani compivano, prende il nome dalla durata del viaggio, quaranta giorni, da cui “quaresima”. Nel nostro tempo la Chiesa ci fa iniziare questo viaggio con il “mercoledì delle ceneri” e ce lo fa terminare il giovedì santo con la celebrazione “nella cena del Signore”, in cui viene rievocato la lavanda dei piedi fatta da Gesù nell’ultima cena. La Chiesa poi ci lascia sulla soglia per poi aprirci la porta al mistero della Pasqua. Prenderemo come riferimento i quaranta giorni di Gesù trascorsi nel deserto tra le tre grandi tentazioni che sentiremo nel vangelo della I domenica di quaresima. In questo viaggio scandito da sei domeniche in cui riceveremo in parte brani tratti dal vangelo di Matteo e parte da quello di Giovanni. Un cammino a tappe a carattere battesimale, ciò significa che avremo l’opportunità di ritornare alle radici della nostra fede, il nostro battesimo, che anche in età adulta non ha del tutto trasformato la nostra vita e non ha del tutto portato i suoi frutti. Passeremo dal deserto di Giuda delle tentazioni; al Tabor, monte della trasfigurazione; a Sicar, al pozzo con la samaritana; alle vie di Gerusalemme con il cieco nato; a Betania, alla tomba di Lazzaro e infine per le strade di Gerusalemme ad agitare con gioia i nostri rami a Gesù che cavalca un asinello. Vi ho fatto conoscere il percorso e questo potrebbe far diventare il tutto scontato e senza sorprese e come se vi facessi conoscere la trama del film di cui state guardando la replica togliendovi il gusto e la sorpresa. Non è proprio così! Perché questo viaggio è diverso! Questo viaggio lo compie chi lo fa nonostante le tappe siano note. E’ un viaggio! Non è il percorso la parte più importante, ma il mio coinvolgimento, le mie reazioni, ciò che succede dentro di me. Italo Calvino diceva: “Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi”. Un altro grande della letteratura latina ci ricorda: “A che 3 serve viaggiare se tu porti te stesso con te? Bisogna cambiare di anima, non di aria” (Sallustio, Lettere a Lucilio). Allora attendo e spero sin d’ora che questo viaggio ci faccia non turisti o visitatori ma pellegrini. Ho accennato a dei luoghi geografici, ma per chi vorrà compiere un cammino spirituale sono anche luoghi e condizioni interiori, spazi di crescita e di rinascita, occasioni dove ci potremmo incontrare con Dio e con noi stessi. Il deserto potrebbe rimandare al proprio vuoto esistenziale che non può essere accettato e riempito se non accogliendo la parola di Dio. Il monte potrebbe metterci in condizione accorciare le distanze tra me e Dio attraverso la meraviglia. Il pozzo di Sicar potrebbe far emergere e riconoscere le nostre seti e la ricerca del senso delle cose e della vita. Il buio e la cecità ci potrebbe far rendere conto delle stoltezze e delle resistenze nell’accogliere ciò che è vero, oppure rimandarci alle fragilità che ciascuno di noi nasconde e che andrebbero portate alla luce. Betania il luogo dell’amicizia sincera che già fa intravvedere la vittoria sulla morte che ci tiene legati e prigionieri. Gerusalemme luogo contraddittorio: trionfo che introduce alla morte e patibolo che nasconde la vittoria.

Compiuto questo pellegrinaggio potremo varcare la soglia e vivere il santo triduo pasquale e celebrarlo in pienezza.

Il primo giorno di questo viaggio non dimentichiamo che ci saranno consegnati con le ceneri tre strumenti preziosi: digiuno, preghiera e carità. Strumenti che da sempre la Chiesa ha affidato ai suoi figli che saranno tanto efficaci quanto coinvolgeranno il cuore non rivestendoli di automatismi e non facendole diventare delle pratiche vuote e non di rado ipocrite.

Nel augurare a me e a voi un buon cammino di quaresima vi affido un breve racconto. Nel mio essere un internauta a singhiozzo mi sono imbattuto in ciò che il rabbino Abraham Joshua Twersky dice a proposito di come cresce l’aragosta:

unviaggiodiquarantagiorni aragosta“L’aragosta è un animale morbido e soffice che vive dentro un rigido guscio che non si espande mai. E come fa l’aragosta a crescere? Mentre questa cresce, il guscio diventa sempre più stretto e scomodo, tanto che l’aragosta non può fare altro che liberarsene. Sentendosi sempre più sotto pressione e a disagio, va quindi a nascondersi tra le rocce. Lì, più vulnerabile che mai, lascia andare il vecchio guscio e si adopera per crearne uno nuovo che possa adeguarsi alle sue necessità. Ad un certo punto, continuando a crescere, anche questo guscio diventa stretto e scomodo. Allora, torna sotto alla sua roccia e ripete il processo, ancora e ancora. Lo stimolo che rende possibile la crescita dell’aragosta è la scomodità, il disagio, il dolore. Se l’aragosta potesse fare come facciamo noi, si limiterebbe a cercare una soluzione immediata: una distrazione che possa far sparire il disagio e che la illuda di aver risolto il problema senza averlo realmente affrontato; e così facendo, non si libererebbe mai di quello che non va più bene per lei. Quello che dobbiamo capire è che i momenti di stress sono segnali che ci suggeriscono che è tempo di cambiare e che se usiamo le avversità a nostro favore, possiamo anche noi imparare a crescere attraverso di esse”.

Mi auguro che questo racconto diventi una metafora che ci metta in cammino con il desiderio di rinascere. Se sentiamo disagio, sofferenze, ferite, peccato e… potrebbe essere arrivato il tempo di riscrivere la nostra storia, lasciarci raggiungere dalla misericordia e dall’amore di Dio.

Buon cammino di Quaresima

padre Emanuele

L’odore delle pecore e il profumo di Cristo

Cari amici,

con l’inizio della quaresima è iniziato per voi e per noi sacerdoti la visita e la benedizione delle vostre famiglie e delle vostre case. Vi confesso l’iniziale sbandamento causato soprattutto dalla poca conoscenza delle strade e dei luoghi, i quali venivano indicati con precisione giorno per giorno nel calendario, lo stesso da molti anni e ben conosciuto dai miei confratelli sacerdoti.

Questa sensazione di essere un po’ spaesato ben presto è stata superata dalla vostra accoglienza che si è manifestata dall’uscio di casa, con un “prego padre si accomodi”, fino al tavolo in cucina o in soggiorno, preparato con cioccolatini, dolcetti, bevande e persino del vinsanto e accanto a tutto l’immancabile busta dell’offerta per la parrocchia e per il giornalino.

Rotto il ghiaccio ci siamo intrattenuti brevemente parlando del più e del meno, ma a volte in quei pochi minuti mi avete affidato pezzi della vostra vita e della vostra storia, spesso dolorosi come ferite ancora aperte e non solo anche gioie e soddisfazione soprattutto quando pronunciavate “il mi’ figliolo…”, “la mi’ figliola …”. Il modo di dirlo alla castiglionese con la cadenza dolce che sembra una carezza, accompagnata dalla fierezza e dall’orgoglio di chi con sacrificio e impegno li ha tirati su e fatti crescere.

Man mano che sono trascorsi i giorni e le visite aumentavano, il contatto con le varie situazioni mi convincevo quanto tutto questo mi arricchiva in conoscenza dell’ambiente e mi coinvolgeva nelle vostre vite. Tutto ciò sembrava confermare un’espressone del papa rivolta ai sacerdoti che li invita a portare “l’odore delle pecore”. Quest’espressione Papa Francesco l’ha usata nell’omelia della messa crismale il giovedì Santo del 2013 e che or ora sono andato a ricercare e riprendere. Rileggendo poi tutto il testo dell’omelia trovo anche il lungo riferimento sul senso dell’unzione e pertanto non riesco a fare a meno di riportarvi uno stralcio: « ... Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco - non dico “niente” perché, grazie a Dio, la gente ci ruba l’unzione - si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” - questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello -; invece di essere pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di uomini. È vero che la cosiddetta crisi di identità sacerdotale ci minaccia tutti e si somma ad una crisi di civiltà; però, se sappiamo infrangere la sua onda, noi potremo prendere il largo nel nome del Signore e gettare le reti. È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del mondo attuale dove vale solo l’unzione - e non la funzione -, e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati: Gesù...»

Manco a farla apposta avete, come me, notato l’espressione “gettare le reti” che fa legare, quasi con sorpresa, in una sorta di continuità questa lettera a quella dello scorso numero del foglio.

Il Foglio pag.4 Visitando le vostre case ho sentito anche il “profumo di Cristo” ho sentito anche l’unzione di chi prima di me vi ha dato. Di chi ha reso presente Cristo nelle vostre vite. E spero che il mio essere in mezzo a voi mi faccia continuare questa unzione e questa cura.

A proposito di odore, di profumo e di fragranza, poco tempo fa mi sono imbattuto in una piccola storia che credo possa essere una metafora che ci aiuta a vivere la Pasqua ormai imminente.

La storia è di ”una ragazza che and da sua madre e le disse che la sua vita era cosi difficile che non sapeva se sarebbe ancora valsa la pena continuare a viverla. Desiderava abbandonare, era stanca di combattere. Le sembrava che, non appena risolveva un problema subito un altro si affacciasse.

LI2 letteraparroco 01La madre la condusse in cucina. Riempi tre pentole di acqua e le mise sul fornello a fuoco alto. en presto l’acqua comincio a bollire. Nella prima pentola mise delle carote, nella seconda delle uova e nella terza dei grani di caffe . ascio bollire il tutto per alcuni minuti senza dire nulla... Passato il tempo torno in cucina e mise su un piatto le carote, su un altro le uova e verso il caffe in una tazza. Rivolgendosi alla figlia le chiese: “Dimmi, cosa vedi ” Carote, uova e del caffe ”, rispose la figlia. a donna invito la ragazza a toccare le carote. a figlia noto che erano molli.

LI2 letteraparroco 02La madre, allora, le porse le uova. La ragazza tolse un pezzetto del guscio e vide che l’uovo era diventato duro. Alla fine la madre la invito a gustare il caffe . a figlia sorrise inalando il ricco aroma del caffe . a figlia allora domando : ”Che cosa mi hai voluto dire, mamma?”

LI2 letteraparroco 03Sua madre le spiego che ogni oggetto ha dovuto fare i conti con l’acqua bollente, ma ognuno ha reagito in modo differente.

La carota, in origine, era dura e solida. Dopo essere passata nell’acqua bollente, si e rammollita ed e diventata friabile.

L’uovo era fragile ed aveva l’interno liquido. Dopo essere passato nell’acqua, il suo interno e divenuto duro.

I grani di caffe hanno reagito in modo unico. Dopo essere stati nell’acqua bollente, hanno cambiato l’acqua! “Chi sei tu ” domando la madre a sua figlia. “Quando le avversità bussano alla tua porta, come rispondi? Sei una carota, un uovo o un grano di caffe ? Ci hai pensato?

“Sei come la carota che sembra forte, ma nel dolore e nelle avversità diventa molle e perde la sua forza? Sei come un uovo, che ha il cuore tenero e malleabile, ma cambia con i problemi? Hai uno spirito flessibile che nelle avversità diventa duro ed inflessibile?

O sei come un grano di caffe Il grano cambia l’acqua, cambia la fonte del suo dolore. Non appena l’acqua diventa calda rilascia la sua fragranza, il suo profumo ed il suo sapore. Se sei come il grano di caffe , diventerai migliore e, quando le cose volgono al peggio, cambierai il mondo intorno a te.“

 

Questa storia mi ha fatto pensare a molte persone compreso me stesso e di come il dolore e la sofferenza ci toccano tutti e l’incontro con Gesù nella sua Pasqua ci aiuta a capire il senso della sofferenza e a redimerla. Gesù sulla croce con la sua obbedienza al padre e il dono della sua vita ha cambiato l’umanità proprio come i chicchi del caffe della storia e ogni volta che ci incontriamo con lui morto e risorto scopriamo di essere amati sopra ogni cosa e che la nostra vita profuma di lui e il mondo attorno a noi cambia e si rinnova.

Penso allora di salutarvi con la preghiera più di frequente è affiorata dal cuore sulle labbra nel visitarvi. Possa il Signore Gesù condurci verso la sua Pasqua facendoci sperimentare la misericordia del Padre, rinnovare le ragioni della speranza e donarci la sua pace.

Buona e Santa Pasqua a tutti

p. Emanuele

Uno sguardo di tenerezza 19-12-2016

Un mese è già passato dall’ultima lettera e siamo a pochi giorni dal Natale. Abbiamo vissuto questo mese con un certo affanno visto che al già impegnativo compito di avviare la catechesi per l’iniziazione cristiana e quindi l’anno pastorale si è aggiunta la visita pastorale dell’arcivescovo al nostro vicariato di Castiglion Fiorentino. Visita che si è conclusa proprio ieri sera nella nostra Chiesa di S. Pietro Chanel. L’arcivescovo ci ha lasciato delle consegne e soprattutto ci ha indirizzati verso il sinodo diocesano che è stato indetto ufficialmente il giorno stesso che abbiamo chiuso l’anno giubilare straordinario della misericordia, il 20 novembre scorso. Ci siamo introdotti come comunità parrocchiale nel frattempo, in occasione della preparazione della festa dell’Immacolata, in quel cammino di discernimento che avremmo voluto iniziare già l’anno scorso ma che non è stato possibile.

Partendo dall’esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii Gaudium in cui viene espressa la decisa volontà del Santo Padre di rinnovare la Chiesa, vorremmo anche noi guardare alla nostra comunità per rinnovarla e indirizzarla verso un futuro che accolga le sfide di questo tempo ma che sia più fedele al Vangelo di Gesù; che proceda decisa verso nuova tappa del cammino di evangelizzazione. La lettera del papa non è un semplice punto di partenza ma è anche e soprattutto un metodo per rinnovare il volto della Chiesa. La sua struttura in 5 capitoli insegna questo metodo. L’approfondimento e lo studio che ne faremo nei prossimi mesi ci aiuterà a guardare i vari aspetti della vita della nostra comunità come: la pastorale per ambiti (famiglia, lavoro, educazione, tempo libero e sport), la pastorale per età (fanciulli, adolescenti, giovani, adulti e anziani), la pastorale per funzioni (liturgia, catechesi, carità).

Vi chiedo pertanto di leggere o di rileggere se qualcuno lo avesse già fatto perché già il prossimo 18 gennaio ore 21 avremo il primo incontro, aperto a tutti i parrocchiani per compiere questo cammino. Fare discernimento non significa fermarsi a guardare, ad analizzare, ma comporta scegliere e quindi decidere. Guardare con gli occhi di chi ritiene che Gesù sia la via, la verità e la vita di ogni cosa; di chi ritiene che l’incontro con lui sia la fonte e la ragione della nostra gioia e della nostra speranza; di chi sa trovare il volto di Dio in ogni persona e situazione. Per avere questo sguardo trasformato abbiamo avuto a disposizione questo tempo di grazia che è l’avvento. Siamo stati aiutati da Isaia che invita il suo polo a guardare con gioia e speranza verso l’Emmanuele; da Giovanni battista che accoglie i peccatori e li indirizza verso colui che è più grande di lui; da Maria e Giuseppe che si lasciano sorprendere da Dio e si fidano a tal punto da diventare strumenti di salvezza nelle mani del Signore. Ancor più forte ed eccezionale sarà il tempo di Natale.

Potremmo farci intenerire da quel Dio che nasce tra noi, come ci hanno mostrato i nostri ragazzi più grandi del catechismo venerdì scorso impersonando una poesia molto bella di Lambert Noben:

Sono nato nudo, dice Dio,
perchè tu sappia spogliarti di te stesso.
Sono nato povero perché tu possa
considerarmi l'unica ricchezza.
Sono nato in una stalla perché tu impari
a santificare ogni ambiente.
Sono nato debole, dice Dio,
perché tu non abbia mai paura di me.

Sono nato per amore
perché tu non dubiti mai del mio amore.
Sono nato di notte
perché tu creda che posso illuminare qualsiasi realtà.
Sono nato persona, dice Dio,
perché tu non abbia mai a vergognarti di essere te stesso.
Sono nato uomo
perché tu possa essere "dio".

Sono nato perseguitato
perché tu sappia accettare le difficoltà.
Sono nato nella semplicità
perché tu smetta di essere complicato.
Sono nato nella tua vita, dice Dio,
per portare tutti alla casa del Padre,

 

Anche i più piccoli del catechismo ci hanno invitato a guardare come Francesco d’Assisi al mistero dell’incarnazione attraverso l’allestimento del presepe. Il presepe non è tanto un’opera d’arte nostra ma il capolavoro di Dio che ha tanto amato noi da darci il Figlio. Forse ad ogni statuina del presepe dovremmo pregare e benedire Dio.

Non mi resta che augurarvi un Santo Natale e che il Signore ci doni questo sguardo di tenerezza senza il quale non sapremmo guardare al passato con gratitudine, non potremmo vivere con gioia e speranza il presente e non saremmo in grado di costruire e far coincidere il nostro futuro con il futuro di Dio che è il suo Regno.

Santo Natale a tutti anche da parte dei miei confratelli maristi del Rivaio.

p. Emanuele

Sulla tua parola…

Cari amici, le parole di Pietro: “… ma sulla tua parola getterò le reti” che abbiamo ascoltato nel vangelo della V domenica del tempo ordinario, continuano a risuonarmi nelle orecchie. Queste parole in passato, mi hanno aiutato a rispondere al Signore, alle sue chiamate; mi hanno aiutato a camminare fiducioso su strade non tracciate e solo intraviste dalla fede.


letteraparroco201601Oggi, qui a Castiglion Fiorentino, da parroco, all’inizio della quaresima e nel pieno del giubileo straordinario della misericordia, quelle parole come il resto del brano evangelico acquistano un significato particolare e diventano domanda: verso dove il Signore conduce questa comunità parrocchiale? Che cosa ci dobbiamo attendere dalla sua benevolenza? Che cosa dobbiamo mettere a disposizione di Gesù perché parli oggi al cuore delle persone?
Domande che forse chi mi ha preceduto si è fatto a suo tempo e a cui ha dato delle risposte facendo scelte, contattando e coinvolgendo persone, suscitando iniziative nei vari ambiti pastorali: liturgia, carità, catechesi, laicato marista, giovani, famiglie.
In questi mesi sono entrato sempre più in contatto con le realtà della parrocchia ringraziando il Signore per ciò che ho trovato di buono e consolidato ma anche accogliendo, da chi è anche più coinvolto nelle attività pastorali, le difficoltà e le criticità di questo momento storico. Mi è sembrato allora che anche per la nostra comunità parrocchiale si stiano fissando, in un certo senso, le “reti vuote”. Non vorrei dire che ci sia in modo diffuso scoraggiamento e delusione ma un certo senso di impotenza e incertezza credo di sì. Un sentire che segue all’impegno e alla fatica espressa negli anni passati e che accompagna il presente. Gli ambiti che sembrano a un primo sguardo più toccati da questa che potremmo definire “crisi” sono quelli del mondo della famiglia e dei giovani.
Ritengo allora che sia necessario nell’immediato futuro intraprendere un cammino di discernimento e rinnovamento. Credo che potremmo trovare un grande aiuto nel modo in cui il papa sta compiendo il suo ministero profetico per la Chiesa e il mondo.


La sintesi e il programma del ministero di Papa Francesco lo troviamo espresso in modo esplicito e completo nell’enciclica “Evangelii Gaudium” che ci aiuta a guardare la realtà sociale, umana, economica ed ecclesiale con gli occhi della fede e ripartendo da Cristo, al fine di trasformare e rinnovare ogni cosa e soprattutto la Chiesa. Tutto ciò prende il nome di evangelizzazione.


A tale proposito vi riporto per intero il n° 84
“ La gioia del Vangelo è quella che niente e nessuno ci potrà mai togliere (cfr Gv 16,22). I mali del nostro mondo – e quelli della Chiesa – non dovrebbero essere scuse per ridurre il nostro impegno e il nostro fervore. Consideriamoli come sfide per crescere. Inoltre, lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità, senza dimenticare che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania. A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, anche se proviamo dolore per le miserie della nostra epoca e siamo lontani da ingenui ottimismi, il maggiore realismo non deve significare minore fiducia nello Spirito né minore generosità. In questo senso, possiamo tornare ad ascoltare le parole del beato Giovanni XXIII in quella memorabile giornata dell’11 ottobre 1962: «Non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai [...] A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa». (Discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (11 ottobre 1962), 4, 2-4: AAS 54 (1962), 789)”


Sono fiducioso che lo studio e la riflessione sulla “Evangelii Gaudium”, fatto a livello comunitario, tra le varie realtà della parrocchia, possano condurci verso una nuova tappa della vita della nostra comunità e che, come direbbe S. Paolo, sapremmo rendere conto della fede e “dell’amore che è stato riversato nei nostri cuori” (Rm 5,5) ed esprimere nuovi carismi e doni, al fine di formare pienamente Cristo in ogni fratello e sorella. (Cfr. Gal 2,19)
In questo mercoledì delle ceneri in cui ci apprestiamo ad iniziare il cammino di conversione quaresimale vi saluto calorosamente augurando a voi e a me di camminare con fede, intra-vedendo, cioè vedendo dentro e attraverso la nostra umanità la vita nuova e bella del Vangelo. Accogliamo l’invito del papa a sperimentare in questa Quaresima, tra le braccia materne della Chiesa, nell’ascolto attento della parola, con abbondanza la misericordia del Signore il cui volto incarnato è Gesù nato dalla Vergine Maria. Buon cammino a tutti.

p. Emanuele – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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